martedì 5 aprile 2011

Mario Farinella intervista Angelo Fiore autore de: IL supplente; Un palermitano qualunque succede al Principe Salina, L'Ora 1-2 ottobre 1964,

L'Ora
1-2 ottobre 1964
  
    DOPO IL TRIONFO DEL “GATTOPARDO” ESPLODE IN SICILIA UN NUOVO “CASO” LETTERARIO

    di MARIO FARINELLA
    Un palermitano qualunque succede al Principe Salina

    A colloquio con Angelo Fiore, autore de “Il supplente”. E’ professore del “Crispi”-
    Un personaggio nuovo nella letteratura siciliana: il borghese senza qualità


Angelo Fiore, 57 anni, insegnante d’inglese all’istituto tecnico “Francesco Crispi” di Palermo. In città, passa inosservato, pochissimi lo conoscono: non intrattiene rapporti con i suoi colleghi, non frequenta compagnie né ritrovi, non è iscritto ad alcun partito. E’ scapolo e non ha amici, neppure uno. La mattina si reca a scuola, svolge la sua lezione e via.. Riservato, ombroso, quasi sgusciante. All’Istituto lo chiamano “l’estraneo” e anni fa corse il rischio di venir destituito dall’insegnamento a causa di certe sue impennate al cospetto di un preside che lo riteneva uomo senza qualità.
             Preside e professori sobbalzeranno certamente, ora – e già ne pregustiamo la sbalordita meraviglia  - nell’apprendere per la prima volta, attraverso questo giornale , che hanno avuto a che fare con uno scrittore, forse con un grande scrittore.
  
             Di Angelo Fiore, anche noi ignoravamo quasi tutto fino a pochi giorni addietro (un suo libro di racconti pubblicato l’anno scorso è passato inosservato). Siamo riusciti a rintracciarlo, meglio, a scoprirlo nella sua abitazione, sulla scorta di una sobria notizia biografica stampata  nel risvolto di copertina del suo romanzo, “Il supplente”, pubblicato da Vallecchi e da qualche settimana messo in circolazione.

           Non ha telefono, cosicchè la nostra, più che una visita, è stata una irruzione, trasformatasi addirittura in invasione con il sopravvenire del fotografo armato di macchina a tracolla e brandente lo scintillante padellino per il flash: tramestio, spostamento di sedie, perentorie richieste di cambiar posa e atteggiamento; preoccupazione, angoscia, anzi, del professore sorpreso con la barba lunga d’un giorno, con gli abiti, i gesti, i pensieri d’ogni giorno.

          Abita in una vecchia casa – traversa di corso Olivuzza – rimbombante, a tutte le ore, del vociare che proviene dal vicino mercato, impregnata di tutti gli odori.
          Sul portone scorticato, neanche una targhetta. “Bisogna bussare tre volte”, dice il barbiere che ha la sua stessa bottega lì accanto. Il battente è arrugginito, i colpii rimbombano, ed eccoci in un vasto androne profondo ed umido; viscida anche la scaletta che inerpica a sinistra, sporchi e gonfi di umidità i muri. Una vecchia e curva signora è ad attendere al sommo della scala, sulla soglia dell’appartamento. “C’è il professore?”

-“Mio figlio è fuori. E’ andato per la spesa, ma torna subito”. E così dicendo, ci accompagna nel salotto: una “sala da ricevere” come ne resistono ancora in qualche cittadina di provincia, nelle case di certa borghesia avviate a decadimento totale. E’ foderata da una smorta carta da parato a strisce verticali, segnate più dall’unto che dal calore; foderati da una stoffa biancastra anche il canapè e le due informi poltrone. Vi troneggia un mobile-monumento, di stile indefinibile, sormontato da un putto abbrancicato ad uno scudo. Appoggiato al muro, un piccolo scaffale di legno nero stracarico di libri squinternati; appeso alla parete di centro uno sbiadito ingrandimento fotografico, un gruppo di famiglia, certo. Un tavolinetto di anguste dimensioni, da scolaro, completa l’arredamento: è su questo breve ripiano (lo apprenderemo più tardi) che il professore corregge i compiti dei suoi alunni e scrive i suoi libri.

            Qui non altrove, in questa penombra da veglia funebre, tra queste antiche suppellettili di pessimo gusto, potevano essere pensate  - lo si comprende subito – le aberranti fantasie di Attilio Forra – l’angosciato supplente del libro – eroe allucinato di un’epopea squallida e grandiosa quale è quella di vivere, del pensare, del sentirsi ad un tempo attore e vittima di una società che va allo sfacelo.
           Ciò che stupisce, però, è come da questa atmosfera immobile  e chiusa, siano potute uscire pagine di una modernità così abbagliante e di taglio talmente perfetto da far correre subito il pensiero ora a Cekov ora a Tozzi, ma più insistentemente a Kafka. Al Kafka delle “Metamorfosi”, in particolare.

         Perché, appunto . lo diciamo affidandoci unicamente al nostro fiuto di semplice lettore – di un Kafka siciliano si tratta. Meno conscio, forse, meno inesorabile dello scrittore cecoslovacco, ma altrettanto portato all’allegoria alla logica dell’assurdo, alla funzione magica della parola.

         Di siciliano nell’opera di Angelo Fiore, c’è soltanto il sottosuolo, il rovello di certi suoi filosofemi, una confusa aspirazione alla giustizia, certe esplosioni di motivi metafisici, l’esasperato senso dell’isolamento.


        Un piccolo paese siciliano, negli anni dell’immediato dopoguerra, e una città mai nominata, ma facilmente identificabile con Palermo (la Palermo degli intrighi assessoriali, della mediocrità politica, di certa  borghesia sbandata e inerte), sono i luoghi che fanno da sfondo all’intima, singolare avventura del “supplente” Attilio Forra.
E’ in questi, un impiegato quarantenne, il quale ad un certo momento, avverte che nella sua grigia esistenza sta per sbocciare l’ansia di una grande attesa: l’attesa di un messaggio. Per meglio predisporsi all’annuncio, decide di abbandonare il modesto impiego e di darsi all’insegnamento. E, così, con l’attesa comincia la nuova esperienza: la scuola, i colleghi, la gente del posto – possidenti, agricoltori, maestri, poveracci, notabili – le lunghe discussione al circolo sul prezzo del grano, sulle occupazioni delle terre, sull’esistenza di Dio e sulla validità delle filosofie. Anche i brividi sessuali  e i pensieri erotici fanno parte dell’attesa che, però, si svilisce a contatto della meschina vita paesana.
        Ma è in città, dove, dopo qualche tempo, il supplente viene trasferito, che l’aspettativa si fa più spasmodica, mentre i suoi pensieri, i suoi desideri assumono proporzioni mostruose. Tragico e grottesco, realtà e allucinazione, sesso e teologia, Sant’Agostino e Kierkegaard finiscono con l’aggrumarsi in un’angoscia, in una prostrazione senza via d’uscita.
       Questo il libro di Fiore, colto nella sua più superficiale esteriorità.
       Abbiamo la convinzione di trovarci, a pochi anni dal trionfo del “Gattopardo”, di fronte ad un nuovo clamoroso caso letterario che esplode dalla Sicilia:  un palermitano qualunque succede al principe Salina.
Ma, eccovi, ora l’autore.

        E’ entrato nella “sala da ricevere” quasi di soppiatto, titubante. Non riesce ad immaginare perché siamo venuti a cercarlo. Questioni di scuola, lezioni private, pensa forse, scrutandoci con occhi curiosi mobilissimi. E’ alto, di grande mole, scuro di carnagione; i suoi capelli sono duri e quasi tutti neri. Non c’è niente in lui che denoti il docente, lo scrittore o, più genericamente, l’intellettuale. Lo diresti, piuttosto, uomo di campagna, fattore,  piccolo proprietario.

-  “Lei ha scritto un libro…”Il supplente….”
-  “Si, l’ho scritto… Ma, prego, s’accomodi…”
Ora c’è imbarazzo e sgomento nei suoi modi, si gira per la stanza in maniera  che vuol essere cerimoniosa, ma è semplicemente goffa.

Seduti uno di fronte all’altro, restiamo per alcuni istanti in silenzio, come a studiarci, a misurarci. Ci vuol poco a capirlo: lui che così mirabilmente sa fare parlare i personaggi del suo libro, non è abituato agli incontri, alle discussioni, al colloquio. Nella sua vita, forse, non ha mai avuto un interlocutore. Le sue prime parole, infatti, anche così mozze, così ritrose, hanno l’accento appassionato e quasi fraterno della confessione:


      -  Vivo solo, con i miei genitori, dice, quasi a giustificarsi; mia madre l’ha vista, mio padre è di là. Ha 94 anni. Nel loro attaccamento per me c’è tutta la gelosia che è caratteristica dei vecchi. Amici non ne ho. Le sole persone che conosco sono quelle dello ambiente scolastico, professori, presidi, bidelli, ragazzi… e non sono cordiali con me, forse diffidano del mio carattere chiuso, a volte mordace. Non mi considerano dei loro, eppure io tengo molto alla scuola, al mio mestiere di insegnante e vorrei che ci fosse più correttezza tra rapporti, più essenzialità nell’insegnamento e che i professori potessero usufruire di maggiore autonomia e di più alto prestigio. Credo che in questo dipenda anche dal mio desiderio d onestà, si sincerità….



          Parla con pacatezza. Nella sua voce non c’è rancore né risentimento. Il suo grande corpo resta immobile, le mani grosse e tozze, incrociate sul ventre, non si levano a tracciare neanche un gesto.


         - Lei , diciamo, ha scritto un libro destinato, a nostro avviso, a destare interesse e, probabilmente a segnare un punto fermo nella letteratura italiana di questo mezzo secolo. Come mai si è deciso a mettere in carta, a lanciare il suo “messaggio” proprio ora, a 57 anni?

         Angelo Fiore, ci guarda, più intimidito che lusingato: - Ma io scrivo ormai da vent’anni, anche se non lo sa nessuno e seppure lo sapessero…. Allarga le braccia e la sua pesante mole si curva ad aprire lo sportello inferiore del mobile-monumento: Ecco, dice indicando un  mucchio di grossi pacchi confezionati con carta di giornale, sono tutti manoscritti… romanzi, racconti, fantasie… tutta una enorme biografia! Da giovane ero impiegato al Genio Militare; l’ufficio fu poi sciolto in seguito all’occupazione alleata e mi sono messo a insegnare lingue straniere nelle scuole. Ho sempre avuto la mania di leggere, fin da ragazzo. Leggevo le opere dei maggiori scrittori nelle lingue originali; anche la filosofia mia appassionava. Leggevo e scrivevo, capivo però che il mio italiano era pedestre. Ora credo di aver raggiunto uno stile asciutto ed essenziale.

          Lo sguardo si posa involontariamente sullo scaffaletto e chiediamo: - Sono questi i suoi libri?
-         Sì, grammatiche, testi di scuola, libri di esercizi. Qualche altro ce ne ho nell’altra stanza. Non ho mai posseduto gran che di libri. Ho letto sempre nelle biblioteche.
-         Quali sono gli scrittori che più hanno influito sulla sua formazione?
 -         Tolstoi, Dostoevskij, Gide, Joyce forse, in minor misura Proust. E poi ci sono i filosofi: Sant’Agostino in primo luogo e, soprattutto, la sua “Città di Dio”. Non sono un praticante, non so neanche se sono un credente, ma il problema religioso mi affascina e mi è sempre presente. Nelle sue forme estreme. Mi hanno interessato, inoltre, Schopenhauer, Bergson, Kierkegaard.
           E’ strano e singolare il fatto che Angelo Fiore si fermi, nella sua elencazione, ai classici, Con una punta di ben dissimulata malignità lo invitiamo quindi a pronunciarsi sui contemporanei, ma ci rendiamo subito conto che le cronache  e gli avvenimenti letterari dei nostri giorni non entrano nel giro dei suoi interessi.

-         Forse, per lei, sono poco convincenti gli scrittori di questi ultimi anni?
-         Per carità, esclama. Ho letto Moravia; mi piace. Poi quell’altro… quel catanese che ha scritto così bene sulle rotismo… come si chiama ?
-         Brancati, vuol dire?
-         S’ ecco. E quella’ltro ancora, di cui ogni tanto si sente parlare e poi silenzio… Di Caltanissetta, mi pare che sia…
-         Sciascia?
-         Sì bravo.
-         Dipsrezza la cosidetta avanguardia?
-         Oh, no! Io non disprezzo gli scrittori. Non disprezzo nessuno. E’ che non ho modo di seguirli, forse perché ho la vista debole e, poi, mi sento di una vecchiezza straordinaria.
E’ l’ora del commiato, Il professore si alza e ci tende la mano.
-         Come impiegato e come professore, dice, non ho raccolto che fallimenti. Lei ora mi viene a dire che ho scritto un buon libro e che potrebbe essere il successo. Ben venga il successo: potrà farmi trovare quelle amicizie che non ho mai avuto e, forse, chissà, potrà accadere che la gente mi tratti meglio, con più sincerità.

Sulla soglia salutandoci ancora una volta, proviamo la consolante sensazione che Angelo Fiore abbia incontrato per la prima volta un amico e che noi abbiamo conosciuto – raro avvenimento anche questo – un  puro di cuore e un autentico scrittore. Forse – lo ripetiamo – un grande scrittore
 MARIO FARINELLA

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